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La cultura della verticalità:

Immagine del redattore: Nicolas
Nicolas
4 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 1 giorno fa

Perché abbiamo bisogno di ripensare il modo in cui impariamo



“Non esitate ad interrompermi o a fare domande, anzi così renderete il nostro momento più interattivo”. 

Quante riunioni di lavoro, lezioni o corsi di formazione iniziano in questo modo e poi seguono un lungo e monotono flusso di parole pronunciate da una persona, o nel caso più estremo da più persone che si susseguono?

A quanti di voi non è mai capitato di iniziare ad ascoltare con buona volontà, e talvolta anche con entusiasmo, per poi staccare strada facendo, fino a sconnettersi completamente dalla realtà?

Dietro questa situazione apparentemente banale si nasconde un’abitudine radicata in un sistema che privilegia, fin da quando siamo bambini, un approccio verticale all’apprendimento e alla formazione.

È un approccio che non mette tutti sullo stesso piano, e poco importa se ci troviamo in ambito scolastico, universitario, professionale o personale. Anche quando siamo consapevoli di questa impostazione, disponibili a cambiarla o semplicemente a disagio nel lavorare in modo verticale, sembra che l’abitudine ci intrappoli in una logica dalla quale è difficile uscire.

Eppure, siamo esseri umani con percorsi, esperienze e prospettive differenti, da cui ogni gruppo e ogni situazione di apprendimento possono trarre beneficio. Abbiamo anche il bisogno, conscio o inconscio, affermato o silenzioso, preponderante o marginale, di affermare la nostra individualità e condividerla con gli altri. Quando ognuno può portare una parte di sé e ricevere qualcosa dagli altri,  il processo di apprendimento si arricchisce per tutti.


Da dove nasce la cultura della verticalità?


Ecco alcuni elementi che, secondo noi, contribuiscono a consolidarla nel mondo educativo, formativo e professionale.

La conoscenza appartiene agli esperti. La capacità di trasmetterla diventa quindi una prerogativa di chi possiede competenze riconosciute, mentre tutti gli altri sono chiamati principalmente ad ascoltare ed assimilare. È una concezione del sapere che rischia di trasformare l’apprendimento in un processo discendente, dall’alto verso il basso, nel quale riempiamo le nostre teste vuote con ciò che ci viene trasmesso. 

L’ossessione per il PowerPoint e il webinar. Spesso racconta una tendenza quasi automatica a parlare, spiegare e presentare, più che ad ascoltare, comprendere ed interagire. L’effetto è ancora più evidente quando si percepisce che chi parla è più concentrato sul proprio discorso che sulle persone che ha davanti.

Il rapporto con il tempo. Favorire l’interazione richiede preparazione, sperimentazione e anche la disponibilità a mettersi in discussione. Se qualcosa non funziona come previsto, bisogna correggere il tiro e provare di nuovo. Tutto questo richiede tempo. E il tempo, spesso, non ce n’è. O forse non siamo disposti a prendercelo. È molto più semplice essere verticali: far scorrere un PowerPoint, lasciare parlare gli esperti e, la volta successiva, riprodurre esattamente lo stesso formato.


Cosa produce la verticalità?


Gli effetti di questa cultura non riguardando soltanto la noia.

Non sentirsi coinvolti rende più difficile mantenere un grado di attenzione e concentrazione costante, per più di un certo numero di minuti. E quando alla distanza tra chi parla e chi ascolta si aggiunge una barriera digitale, viene a mancare anche quella dimensione corporea e relazionale che può riattivare l’attenzione nei momenti di calo. 

Dal punto di vista dell’apprendimento, una postura prevalentemente passiva può quindi essere poco efficace. Ascoltare e ricevere informazioni sono importanti, ma da soli non bastano: partecipare, confrontarsi, sperimentare e riflettere sull’esperienza contribuiscono a trasformare un’informazione in apprendimento.

E allora: come facciamo a smantellare la cultura della verticalità? Abbiamo davvero la possibilità di agire o siamo condannati a subire un sistema di apprendimento che ci viene imposto? E soprattutto, perché dovremmo cambiare approccio?


Dalla verticalità all’orizzontalità


"L’esperienza è il cuore di ogni processo di apprendimento e, proprio perché ogni esperienza è diversa, ogni persona può contribuire al processo a partire da ciò che ha vissuto, osservato, pensato e sperimentato."


DentroFuori ETS nasce anche con l’ambizione di promuovere e diffondere una cultura dell’orizzontalità, valorizzata dall’educazione non formale.

 

Per noi, orizzontalità non significa che tutti sappiano le stesse cose, né che il ruolo dell'esperto debba scomparire. Significa riconoscere che ogni persona porta nel processo di apprendimento esperienze, conoscenze e prospettive che possono contribuire alla costruzione di un sapere condiviso.


La conoscenza tecnica e scientifica rimane fondamentale. Ma può diventare ancora più significativa quando entra in dialogo con l’esperienza. L’esperienza è il cuore di ogni processo di apprendimento e, proprio perché ogni esperienza è diversa, ogni persona può contribuire al processo a partire da ciò che ha vissuto, osservato, pensato e sperimentato. 

L’apprendimento emerge così dal confronto tra le persone, dalle domande che ci poniamo reciprocamente, dalla possibilità di mettere in discussione ciò che pensiamo di sapere.

Sviluppare una cultura dell’orizzontalità significa anche privilegiare l’ascolto. In una società in cui si parla tanto e si ascolta poco, in cui la capacità di esprimersi è spesso più valorizzata della capacità di ascoltare, l’ascolto diventa una competenza preziosa. Per noi è una competenza trasversale da acquisire e custodire, utile in qualsiasi contesto, ma anche uno strumento fondamentale per rimettere in discussione le proprie certezze e accogliere nuove conoscenze.


E poi c’è il tempo. 

Nessun processo di apprendimento, tanto meno uno basato sulla partecipazione e sull’esperienza, può prescindere dal tempo necessario per prepararlo, sperimentarlo e migliorarlo. Significa non accontentarsi di ripetere ciò che abbiamo sempre fatto, ma avere pazienza, flessibilità, curiosità e creatività per cercare ciò che funziona meglio per quel gruppo, in quel momento e in quel contesto.

È qui che l'educazione non formale trova, per noi, una delle sue espressioni più importanti: non come semplice insieme di tecniche alternative alla formazione tradizionale, ma come modo diverso di concepire il processo di apprendimento e il ruolo delle persone che vi partecipano.


Approcciare l’apprendimento in modo più orizzontale può stimolare il coinvolgimento attivo, la motivazione e l’emergere di nuove idee. Può trasformare un gruppo da insieme di persone che ricevono contenuti a spazio in cui esperienze, conoscenze e prospettive entrano in relazione.


Il cambiamento strutturale è un processo e noi, come associazione, ci prendiamo la responsabilità di contribuire ad avviarlo. Ma non può dipendere soltanto da chi propone nuovi metodi: richiede lo sforzo di tutti. 

Perché forse il punto non è smettere di parlare, né rinunciare alla conoscenza degli esperti.È imparare a creare più spesso le condizioni perché tutti possano prendere parte al processo.

E perché il desiderio di imparare, per continuare a vivere, ha bisogno anche di sentirsi parte di qualcosa.



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